E così, nell’ora più incandescente dello scontro politico, a stemperare gli animi viene il nuovo libro di Antonio Di Pietro.
Titolo: «Ad ogni costo».
La prefazione è di Beppe Grillo.
Nel suo testo, Beppe Grillo si esprime così sul leader dell’Italia dei valori: «Senza la sua voce il Parlamento dell’inciucio Pdl-Pdmenoelle potrebbe essere tranquillamente chiuso. I suoi nemici, e sono tanti, non si rassegnano, ma non hanno ancora capito che più lo attaccano, più si rafforza. Le pale degli elicotteri prima o poi cominceranno a girare e da lassù, sulle nuvole, i piduisti e i mafiosi in fuga che occupano le istituzioni vedranno Di Pietro che li saluterà insieme agli italiani. Saranno fortunati se non imbraccerà un fucile».
Il libro — che Ponte alle Grazie pubblica venerdì— è una rielaborazione degli interventi di Di Pietro sul proprio blog, con le reazioni che hanno provocato. Il tema ricorrente è l’uno contro tutti, sin dai titoli dei capitoli: «Intercettazioni, unica via lo scontro»; «L’amnistia fiscale bipartisan »; «Privatizzano l’acqua»; «Tutti contro la mozione di sfiducia», presentata da Di Pietro contro il governo e non appoggiata dal Pd; «Il declino di un partito popolare », appunto il Partito democratico. Il capitolo sull’aggressione di piazza Duomo si intitola «Chi semina vento raccoglie Tartaglia». Poi vengono quelli sullo stato del Paese: «La morte della Radio televisione italiana»; «Assalto alla rete»; «Non c’è futuro nel nucleare»; da qui l’«Appello alla comunità internazionale» e, in ultima istanza, la «Lettera a Gesù bambino».
Inedita è l’introduzione, firmata dallo stesso Di Pietro, in cui si racconta il 2009 come il peggiore anno della Repubblica: «Con l’ultimo governo Berlusconi, il progetto piduista “Rinascita democratica” di Licio Gelli è stato sdoganato. Gli italiani vengono disinformati in modo scientifico dalla televisione e dai giornali. Il sistema è in larga parte corrotto da una rete affaristica, privata e pubblica, che dispone a suo piacimento dei mezzi di comunicazione di massa con cui illude e blandisce la popolazione, e soprattutto denigra, irride, ricatta, umilia gli avversari politici». Colpa della «potenza piduista del modello Berlusconi», dei «soliti sapientoni terzisti che usano la penna per criticare tutti, dando un colpo al cerchio e uno alla botte per far vedere che sanno tutto loro», ma anche colpa del Pd, della «fiacca, inefficace, pilatesca e a volte connivente inazione del centrosinistra che si è mostrato troppo spesso debole, incapace e allo sbando ». Il Partito democratico è, accanto a Berlusconi, l’obiettivo polemico del libro: «Oltre al conflitto di interessi, pesa sui governi di centrosinistra l’enorme regalia delle concessioni radiotelevisive pubbliche per le reti Mediaset, pagate con un misero uno per cento del fatturato Rti, società della galassia imprenditoriale Fininvest. Un benefit di Stato». Se però «il cerchio del golpe bianco non si è ancora chiuso, ciò è dovuto soprattutto alla presenza in Parlamento e nel Paese di un partito, l’Italia dei valori». E ancora: «Abbiamo lottato contro tutti, o “quasi”. “Quasi” perché al fianco ho avuto la rete, l’unico strumento in Italia con cui sia ancora possibile sviluppare un’informazione libera, e raccontare un paese diverso e reale. “Quasi” perché conduttori come Santoro e la Gabanelli e giornalisti come Travaglio, Gomez, Barbacetto e altri ancora hanno difeso i propri spazi di libertà all’interno dell’informazione pubblica».
Sulla stessa linea si muove nella prefazione Beppe Grillo: «Antonio Di Pietro è la kriptonite della politica italiana. Così come i frammenti del pianeta Kripton provocano gli effetti più strani su Superman, Di Pietro li produce sui reduci della prima Repubblica, sugli orfani di Craxi e sui loro servi, sui ladroni di Stato riverginati dai media». Qui Grillo cita in particolare Cicchitto, Ghedini, Bonaiuti, Capezzone. «Kriptonite induce nei seguaci del Partito dell’Amore attacchi di idrofobia, li trasfigura in facce ghignanti. Li trasforma in zombie preda di attacchi epilettici. È come l’aglio per i vampiri, l’acqua santa per i demoni, le aule di tribunale per Berlusconi, un test d’intelligenza per Gasparri». Non a caso «i giornali dell’erede di Bottino Craxi dedicano a Di Pietro una cinquantina di copertine all’anno. Per Feltri, Giordano e Belpietro fa più notizia Di Pietro, tirato in ballo con le accuse più svariate e sempre infondate, del terremoto di Haiti, degli israeliani a Gaza o della strage di Viareggio».
Scrive Grillo che «Di Pietro ha fatto Mani Pulite, ma non è riuscito a fare piazza pulita. È figlio di un contadino molisano, ha fatto l’emigrato in Germania in una falegnameria, si è laureato mentre lavorava. È stato nella polizia e poi nella magistratura. Non l’hanno fermato decine di processi inventati da cui è sempre uscito senza condanna. È come si direbbe, un capatosta. I suoi avversari non riescono a trovare un antidoto a Kriptonite e diventano sempre più verdi di bile. Non capiscono. Hanno digerito Bossi, Fini, il Corriere della Sera. Trasformato l’opposizione in uno zerbino. D’Alema nell’alleato più fedele. La Confindustria in una troupe di concessionari che vive dell’elemosina di Stato. Ma Di Pietro — conclude Grillo nel passo in cui evoca il fucile—è sempre lì. Non lo hanno comprato, non si è fatto intimidire, non hanno trovato dossier e non sono neppure riusciti a fabbricarne. Va contro tutti, perché si è schierato dalla parte dell’onestà».
Mentre l’On. Silvio Berlusconi fa di tutto per stravolgere le più elementari regole della democrazia Santo Scarfone, sul suo blog, ci viene a dire che il partito dell’Italia dei Valori in Liguria, ed in particolare ad Imperia, vive un momento di crisi caotica.
Davvero? Io di questa crisi non ne ho proprio sentore. A suo dire questa crisi profonda del partito deriverebbe dal fatto che l’On. Di Pietro ha imposto nel listino “l’avvenente” (così l’ha definita lui) Maruska Piredda. Ora, a parte il fatto che non esiste alcuna crisi né profonda e neppure superficiale, ritengo doveroso esprimere due considerazioni sulle affermazioni di Scarfone ovviamente con toni rispettosi e di buongusto che Scarfone ci accusa di non tenere.
Nel partito dell’Italia dei Valori esiste il sacrosanto valore della democrazia e della libera opinione e siccome non sono il tipo che copre i problemi posso serenamente affermare che la scelta politica del Presidente Di Pietro è stata giudicata e discussa. Ma si badi bene si è discusso, e magari anche criticato, la scelta politica e non la persona che l’amico Scarfone definisce “avvenente” di Maruska Piredda. Quindi è inutile ruotare intorno ad un nome per enfatizzare un problema. Problemi non ce ne sono e vale il fatto che il Presidente del Circolo Falcone e Borsellino ha invitato Maruska Piredda per discutere la politica del ponente ligure. Vede, Sig. Scarfone noi critichiamo, discutiamo e proponiamo alla luce del sole. Si chiama democrazia! Probabilmente da altre parti quando un Ministro dice una cosa nessuno sente la necessità di controbattere o proporre altro. E’ una questione di scelte personali: noi se l’On. Di Pietro, l’On. Paladini o Gabriele Cascino dicono o fanno cose che non condividiamo lo diciamo serenamente.
Lei mi riprenderà affermando che Sergio D’Aloisio lasciando il partito ha sostenuto l’esatto contrario di quello che Le ho appena detto ma vede ogni uno vive ed interpreta la vita del partito come meglio crede e personalmente non condivido affatto la scelta di Sergio perché se qualcosa aveva di dire poteva benissimo aspettare il prossimo congresso provinciale e rivendicare la sua posizione. Come le ho appena detto è una questione di scelte personali.
Ovviamente, sempre l’amico Santo Scarfone nella sua analisi e, sempre in un’ottica di rispetto e di buongusto, sostiene che il Circolo Falcone e Borsellino per contrastare la deriva candida un nuovo, un giovane: Angelo AMORETTI. Sempre in un’ottica rispettosa e di buongusto (o forse sono io che non capisco la sottile ironia), lo definisce privo di opinioni e cassa di risonanza dei consiglieri di minoranza di Imperia, Bonello, Indulgenza, Sinistra e Libertà. Io non so se l’amico Santo Scarfone conosce personalmente Angelo Amoretti ma posso tranquillizzarlo dicendo che Angelo Amoretti è una mente libera e non fa cassa di risonanza a nessuno. Inoltre di tutti i candidati alla Provincia di Imperia: Silvano ELENA, Mauro DELUCIS, Viviana SPADA cita solo Angelo AMORETTI criticando il suo programma ed in particolare la costruzione di centrali nucleari, la criminalità organizzata e l’edilizia selvaggia.
Procedo per ordine. Forse all’amico Scarfone è sfuggito il fatto che il Ministro Scajola propone le centrali nucleari e se si va a rileggere qualche quotidiano scoprirà che se ne farebbe costruire anche una sotto la sua villa in Via Diano Calderina. Forse all’amico Scarfone sfuggono ogni tanto i corti circuiti che bruciano mezzi per il movimento terra e i locali nel ponente e magari ultimamente anche una piccola sparatoria. Probabilmente ritiene che mafia, camorra e ‘ndrangheta (si scrive così) siano territoriali e quindi problemi localmente definiti e mi sembra molto strano che, nato a Palmi, sottovaluti la questione. Forse sfugge all’amico Scarfone che le case da gioco sono ghiotte occasioni di affari per la criminalità organizzata. Sull’ultimo punto lo invito ad andare a vedere quanto territorio nel ponente è stato cementificato e di confrontarlo con quanto ne è stato fatto in provincia di Savona e Spezia.
Per concludere mi pare che l’inferno ultimamente lo stiano passando altri partiti che hanno continua e pressante necessità di farsi approvare leggi e decreti per aggiustarsi i fatti loro alla faccia delle regole e della democrazia. Sempre con rispetto e buon gusto, congiuntivi permettendo.
Riporto la conclusione dell’intervento odierno del giornalista Marco Travaglio,nella sua rubrica on-line “Passaparola”,dove spiega come Berlusconi abbia minacciato Napolitano per costringerlo a firmare il “decreto salvaliste pdl”.
da “Passaparola”
La firma di Sarajevo
Concludo con quello che è veramente successo in quello che lui stesso, il Capo dello Stato definisce un teso incontro giovedì sera, serie tensioni istituzionali, ha scritto Il Messaggero, Marco Conti “Il Premier disse al Colle, scateno la piazza, il Cavaliere pronto a tutto, avanti anche da solo, la tua firma non è indispensabile” a pag. 3, taglio basso, le notizie vere si nascondono, l’ha scritto Luc Felese su Il Fatto “La difesa del Quirinale e le minacce di B” l’ha scritto Bruno Vesca, sempre molto informato su quello che o avviene nei corridoi, ha fatto un editoriale su Il Mattino di Napoli e ha detto che prima della firma del Decreto si era venuta a creare una situazione simile allo sparo di Sarajevo, quello in cui Gavrilo Princip sparò all’Arciduca Francesco Ferdinando innescando, come casus belli la Prima Guerra Mondiale, 1914, Vespa che parla di spari, dice che c’è stata una tempesta tra Napolitano e Berlusconi, nelle ore che hanno preceduto e seguito il colloquio di mercoledì con il Capo dello Stato, Berlusconi ha pensato di far saltare il tavolo, l’indisponibilità presentata da Napolitano a firmare il Decreto che firmasse la lista Pdl e la posizione di Formigoni in Lombardia, sarebbe stato lo sparo di Sarajevo, come l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie il 28 giugno del 1914, con il pretesto di scatenare la Prima Guerra Mondiale, così l’eventuale sacrificio dei candidati alla conquista e alla conferma delle due regioni più importanti d’Italia, sarebbe stato l’innesco di una bomba ben più micidiale.
Il Presidente del Consiglio voleva far approvare la sera stessa un Decreto Legge sulla falsariga del precedente nelle elezioni europee del 1995, ma il Capo dello Stato ha sostenuto che quella procedura non poteva essere sostenuta in questo caso e Berlusconi si è molto arrabbiato, minacciando il ricorso alla piazza, prima mi avete visto con in mano questo librone, questo è il Codice Penale, può essere che io mi sbagli, credo ci sia anche una Vicepresidente che riguarda il reato di minacce, ma per il momento ho trovato l’Art. 289 che dice “attentato contro organi costituzionali è punito con la reclusione non inferiore a 10 anni, qualora non si tratti di un più grave delitto, chiunque commette un fatto diretto a impedire in tutto o in parte anche temporaneamente al Presidente della Repubblica o al governo l’esercizio delle attribuzioni o prerogative conferite dalla legge; la pena è della reclusione da 1 a 5 anni se il fatto è diretto soltanto a turbare l’esercizio delle attribuzioni o prerogative funzioni suddette” è vero o non è vero che giovedì sera c’è stata una minaccia esplicita del Presidente del Consiglio al Capo dello Stato?
Perché le opposizioni non presentano una denuncia alla Magistratura e non invitano il Capo dello Stato a confermare o a smentire le ricostruzioni de Il Messaggero di Vesca, de Il Fatto Quotidiano? Stiamo parlando di qualcosa di grave se Bruno Vespa parla degli spari, quello che è certo è che non è vero che questo è un decreto interpretativo, questo è un decreto innovativo, che stabilisce regole nuove, posti diversi e modalità di autenticazione diversa delle firme per la presentazione delle liste, rispetto a quelli che erano previsti quando è iniziata la raccolta delle firme e è iniziata questa lunga campagna elettorale, quindi questo decreto, checché ne dicano i corazzieri improvvisati che cercano di distinguere tra le responsabilità di Berlusconi e quelle di Napolitano, era un decreto che evidentemente non poteva essere adottato, sia perché vietato dalla legge, sia perché incostituzionale nello spirito e nelle lettere, sia perché fa una cosa diversa da quella che dice di voler fare, non interpreta ma aggiunge.
Se giovedì sera si è arrivati allo scontro che abbiamo descritto perché Napolitano ha rigettato la prima versione del decreto, vista la seconda che ha firmato, possiamo immaginare cosa c’era nella prima versione del Decreto, possiamo immaginare quanto siano minimaliste tutte le espressioni più dure che si possono usare in questi giorni: furto, golpe e qualsiasi cosa, noi siamo ormai in preda a un regime declinante ma non per questo meno pericoloso, anzi credo che nei prossimi mesi ne vedremo ancora delle brutte, non delle belle!
Continuate a seguirci, stasera parleremo di questo a Torino, perché a Torino è invitato presentando il libro, parleremo ovviamente di questa nuova legge ad personam con l’ex Presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky e con Ettore Boffo e il Pubblico Ministero Ingoia al Teatro Nuovo a partire dalle 21 e lo stesso faremo giovedì sera con Pier Camillo Davigo alla Camera del Lavoro a Milano in corso di Porta Vittoria e lunedì prossimo lo faremo a Roma all’Alpheus ma troverete tutti gli estremi di queste presentazioni che possono diventare delle occasioni anche per manifestare la propria presenza in un momento abbastanza difficile, intanto continuate a seguirci su Il Fatto Quotidiano
Passate parola e buona settimana.
… rispettare le regole vuol dire finere nei guai: futti, futti che Silvio perdona tutti! A parte, ovviamente, i Giudici comunisti e quelli che semplicemente applicano la Legge con coscienza!
Antonio Tajani: “E’ una truffa agli elettori!”. Francesco Storace: “E’ una partita a carte truccate. Qui si gioca sporco, la campagna elettorale va combattuta ad armi pari”. Antonio Martuscello: “Quando ci sono le elezioni bisogna rispettare le regole”. Maurizio Gasparri: “E’ un reato associativo, un attentato alla democrazia. Cosa c’è di più antidemocratico che falsare la competizione elettorale? Il capo dello Stato non ha nulla da dire?”. Roberto Calderoli: “Predicano bene e razzolano male, parlano di moralità e poi ricorrono a mezzucci”. Roberto Formigoni: “Le regole vanno sempre rispettate. E’ giusto che ci sia un controllo rigoroso degli eventuali abusi e che siano puniti coloro che ne hanno commessi”. Gianni Alemanno: “Decidano i giudici. Moltiplichiamo i controlli: sono regole fondamentali per la democrazia”. Daniele Capezzone: “S’impongono controlli a tappeto anche con l’ausilio di osservatori internazionali su tutte le liste presentate in tutt’Italia”. Sandro Bondi: “Comportamento disgustoso e immorale della sinistra che non condanna chi viola le leggi”. Silvio Berlusconi: “Sentenza paradossale: riammette una lista con firme false. Per salvaguardare la correttezza democratica del voto, il Consiglio di Stato avrebbe dovuto occuparsi del fatto principale, cioè delle firme false, e non di un cavillo”
Dichiarazioni dei principali esponenti PdL a seguito della notizia delle firme false raccolte da Alternatia Sociale di Alessandra Mussolini alla vigilia delle Regionali 2005 in Lazio. I magistrati scoprirono poi che le firme false le aveva infilate qualcuno dello staff di Storace attraverso accessi abusivi all’anagrafe della regione.
Alberto Napoli
Dichiarazioni estrapolate dall’articolo di Marco Travaglio su Il Fatto di venerdì 5 Marzo 2010
Riporto due articoli che spiegano come il Governo stia cercando di privatizzare la Difesa.
Il tutto per fare utili,alla faccia dei cittadini.
Ma questo non era il Governo della sicurezza???
Mi sa che è la sicurezza dei loro affari…..
da “La Repubblica”
“Difesa spa, una nuova agenzia
per il business delle spese militari”
ROMA – Le polemiche si sono riaccese quando la Cavour ha levato le ancore per far rotta verso Haiti. Perché mai, si sono chiesti in molti nelle Forze armate, mandare una portaerei a portare aiuti? Non era meglio spedire i C-130 per operare subito sul campo e magari risparmiare qualcosa per evitare i tagli all’ordinaria amministrazione, dall’addestramento ai pezzi di ricambio? La prima spiegazione era quasi accettabile: la Cavour deve muoversi comunque. Meglio usarla per Haiti che farla girare invano nel Mediterraneo, anche pagando ricche indennità di missione all’equipaggio. Però poi qualche alto graduato ammetteva: è un prodotto della tecnologia italiana, farlo vedere significa procurare affari.
Persino la tappa in Brasile sembra ideata solo per far vedere la portaerei ai rappresentanti di un governo molto interessato. In altre parole, i clienti vengono prima dei terremotati. Il viaggio umanitario verso Haiti, insomma, sarebbe solo l’ultima tappa di un progressivo allontanamento delle scelte militari dall’interesse nazionale diretto, per privilegiare piuttosto esigenze industriali.
Per gli esperti la tendenza è evidente. È passata per la pervicacia nel seguire i piani di produzione del costosissimo cacciabombardiere F-35, o Jsf, concepito per le esigenze della guerra fredda (può compiere missioni di bombardamento con obiettivi lontanissimi, ovvero era stato ideato per colpire Mosca) e oggi inutile: “In un momento di crisi quegli oltre 13 miliardi potevano andare in elicotteri, più utili per le missioni di pace, o magari anche per jet intercettori più utili, come gli Eurofighter”, dice Massimo Paolicelli, coautore del libro “Il caro armato”.
Ma il punto di non ritorno in un processo che ieri Eugenio Scalfari definiva “il disossamento dello Stato”, è la nascita di Difesa Servizi Spa, “primo passo dello sgretolamento della Pubblica amministrazione”, come l’ha chiamato il capogruppo pd alla Camera Gian Piero Scanu. Concepita con un disegno di legge e poi inserita con cinque commi nella legge finanziaria per superare le perplessità nella stessa maggioranza, dall’inizio dell’anno l’azienda a cui verrà affidata gran parte dell’attività della Difesa è una realtà, almeno sulla carta. Mancano i decreti di attuazione, che devono arrivare entro metà febbraio, ma il processo è avviato.
Alla Difesa spa andrà la responsabilità di ogni acquisto per le Forze armate, armamenti esclusi. Le decisioni saranno prese dal consiglio di amministrazione, otto membri di scelta ministeriale, che dovranno rendere conto solo al ministro, per un budget fra i tre e i cinque miliardi di euro. Il meccanismo spazza via ogni criterio di trasparenza: la Corte dei Conti potrà intervenire solo in caso di comportamenti penalmente rilevanti (in sostanza, di dolo conclamato), mentre non è ben chiaro che cosa succederà se la Difesa spa dovesse andare in perdita.
L’azienda ha il potere di inserire nelle strutture militari anche impianti energetici, senza limitazioni legate alle esigenze delle Forze armate: in parole povere, potrebbe far eseguire la costruzione delle centrali nucleari all’interno delle caserme, senza preoccuparsi di ottenere autorizzazioni dagli enti locali e scavalcando ogni discussione. La Difesa spa curerà anche non meglio definite “sponsorizzazioni”: un termine che inevitabilmente propone immagini di blindati in missione sulle montagne dell’Afghanistan colorati come le monoposto di formula 1, o cacciatorpediniere colorati come le barche della Coppa America, idee molto lontane dalla tradizione delle Forze armate.
Ma il vero affare è quello del mattone: la Difesa spa gestirà anche le dismissioni immobiliari, con lo scopo dichiarato di recuperare danaro per le spese militari. Ad affiancarla, secondo i piani del governo, saranno società di gestione del risparmio, che dovranno valorizzare il patrimonio della Difesa creando dei fondi di investimento e vendendone i titoli, per poi rimborsare all’erario il valore di partenza degli impianti venduti e versare alla Difesa le plusvalenze.
Il meccanismo ha già trovato un intoppo: per garantire la creazione di queste plusvalenze, a fianco dell’inevitabile cambiamento di destinazione d’uso dei beni immobili era prevista la possibilità di un ampliamento della volumetria pari al 30 per cento, anche qui scavalcando ogni autorizzazione, compresa quella sull’impatto ambientale. Un nuovo scempio, bloccato però come incostituzionale dai giudici della Consulta.
da “Il Messaggero”
“Isole,previsioni meteo e felpe: la Difesa vende i suoi gioielli”
ROMA (7 marzo) – Al mercato la bancarella più ricca sarà quella della Difesa. Ci sarà di tutto, ogni ben di Dio: qui si venderanno mappe e carte e anche fotoriproduzioni satellitari; lì saranno ceduti al miglior offerente i servizi meteorologici; più giù ci sarà il settore abbigliamento: felpe, tute, giacche, maglioni, pantaloni, cappelli, tutto griffato “Esercito” o “Marina” oppure “Aeronautica”; per i contratti importanti è pronta un’area riservata, dove poter affittare cose grosse: intere caserme, interi depositi, interi poligoni; e poi ancora, fari, arsenali, addirittura isole.
Non stiamo scherzando. Abbiamo preso a prestito l’idea della bancarella per far capire che la Difesa sta allestendo un grande mercato con i suoi “prodotti”. Non proprio su una bancarella, ma insomma cambia poco. Ciò che conta, come in ogni mercato, è il concetto: la messa in vendita di un bene per ricavarne un utile.
La Difesa si è decisa a questo passo qualche tempo fa. Avendo scoperto di possedere una ridondanza di beni, molti dei quali divenuti disutili e ingombranti, ha deciso di sbarazzarsene vendendoli o affittandoli. Ma qui ha trovato il primo ostacolo: un Ministero, infatti, non può fare cassa. I proventi delle eventuali cessioni dei beni della Difesa sarebbero andati al Ministero del Tesoro che avrebbe messo il ricavato a fattor comune, girandone solo una piccola percentuale (il 20 per cento) all’amministrazione della Difesa. Era dunque necessario trovare un sistema che sanasse il corto circuito e che permettesse di far finire nelle casse della Difesa e solo lì tutto il ricavato della cessione dei beni della Difesa.
E’ nata così la “Difesa servizi Spa”, primogenita delle Spa “ministeriali” e Musa ispiratrice della ormai famosa “Protezione civile Spa”, che però divergeva completamente dal modello originale essendo stata concepita per spendere e non per incassare e che comunque è stata abortita ancor prima di nascere.
Lasciamo ora che a spiegarci che cos’è la “Difesa servizi Spa” sia l’uomo che ne è stato l’inventore, ovvero il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto: «La “Difesa servizi Spa – dice – è un soggetto che nasce con la finalità di fatturare per incassare, trasformando un tipico soggetto di spesa, il Ministero, in un’entità capace di produrre valore aggiunto».
Vediamo come funzionerà. Le tipologie d’intervento per fare cassa sono, come si diceva, molteplici. Il sottosegretario Crosetto, mentre ci parla, ha davanti alla scrivania due enormi pannelli dell’Arsenale di Venezia: la Biennale ha richiesto di poterne utilizzare una parte per ospitare le mostre d’arte. Dunque, nella nostra ricognizione, partiamo proprio dall’Arsenale. Dice Crosetto: «Gli arsenali e non solo quello di Venezia, che è di grande pregio storico, hanno i bacini vuoti sei mesi all’anno. Perché tenerli vuoti? Abbiamo pensato allora di affittarli alle industrie cantieristiche, che non sanno dove andare a fare manutenzione delle imbarcazioni».
Visto che siamo a Venezia, continuiamo con Venezia: «L’Isola di Sant’Andrea – dice Crosetto – è un ex idroscalo ora solo parzialmente occupato da una piccola guarnigione di Lagunari. Potremmo farne un porto per yacht, uno dei più belli del mondo. Ne ho già parlato a Cacciari e Galan, sono entusiasti dell’idea». Crosetto è un fiume in piena e non si ferma più: «L’ospedale militare del Celio sta tutto sulle spalle dell’Esercito ma non è che i pazienti siano solo militari, anzi. Abbiamo allora pensato di fare delle convenzioni con la Regione, come avviene per le cliniche private». Poi i marchi. Spiega il sottosegretario: «Da un po’ di tempo in qua è tutto un fiorire di magliette targate “Aeronautica militare” o di giacconi con lo stemma della Marina o di giubbotti dell’Esercito. Vanno molto di moda, i giovani le comprano ma le Forze armate dalla cessione del proprio marchio non hanno incassato il becco di un quattrino. Bisognerà aggiustare il tiro». Altro servizio famoso, graziosamente ceduto agli utenti, è quello meteorologico dell’Aeronautica militare: «Non è giusto fornirlo gratis», dice Crosetto. Così come non è giusto fornire gratis tutte le decine e centinaia di mappe e carte geografiche prodotte dagli Istituti geografici militari: «Bisognerà trovare loro un mercato, d’ora in poi», sempre Crosetto. Perfino i poligoni militari potrebbero essere sfruttati meglio: «Potremmo permettere di utilizzarli anche alle Forze armate di altri Paesi – dice il sottosegretario – Così ammortizzeremmo i costi».
Questo è dunque il grande progetto che dovrà gestire la “Difesa servizi Spa” quando, tra qualche settimana, sarà pienamente operativa con un consiglio d’amministrazione bell’e formato.
Della vendita delle caserme, che rappresentano il bene più cospicuo da mettere sul mercato, se ne occuperà invece direttamente il Ministero. E’ di una settantina, su tutto il territorio nazionale, la prima tranche delle caserme da dismettere. A Roma ne sono già state individuate sette. A Milano sarà venduta la “Montebello”, a Torino la “La Marmora”, alla Spezia il forte Cavour (e c’è anche una mezza idea di affittare l’isola Palmaria), a Bologna la “Tagliamento” e a Firenze la “Cavalli”.
A Roma sotto la mannaia delle dismissioni andranno sicuramente l’ex deposito di carburanti di Vitinia, i magazzini dell’Aeronautica militare di Via del Porto fluviale e di Via Papareschi. Esiste insomma una grande urgenza di monetizzare. «Con la necessità di alloggi che c’è – conclude Crosetto – la Difesa mantiene 500 appartamenti vuoti perché non riesce a fare manutenzione. E sa perché non riesce? Perché i soldi dell’affitto vanno al Tesoro, che non li restituisce per la manutenzione. Questo non dovrà accadere più».
Perchè i Verdi non ripresentano la lista in Regione? Sicuramente l’attuale dec reto glielo permette, non credo abbiano difficoltà a completare la lista delle firme
Ho ascoltato le parole del nostro ministro Scaiola circa l’attentato al Point PDL. Ancora una volta l’insinuazione di un possibile attentato da parte degli IDV non è mancata. Lo sa che i cittadini conoscono molto bene la nostra natura non violenta? Lo sa che la nostra lotta è sempre stata, è e sarà sempre democratica? I cittadini lo sanno benissimo e questa volta alle sue insinuazioni, che fanno nascere nella coscenza della gente sospetti impronunciabili, risponderanno con un voto chiaro e determinato. Ma, chissà se in caso di perdita il PDL non farà un ALTRO DECRETO PER INVALIDARE LE ELEZIONI.